U’ LLAMPATU D’A STIDDHA L’estasiato della stella cometa

In Calabria non si comprende il Natale se non si fa riferimento al presepio. Il presepio entra preponderante nella cultura e nel vissuto di un popolo perché qui come altrove l’arte e la preghiera si fanno interpreti dei bisogni dell’individuo e della comunità per costruire nella rappresentazione plastica del mistero della Natività le ansie e le speranze dell’animo umano tante volte oppresso da problemi e avversità ma altrettante volte proteso in uno slancio d’amore a spiegare le ragioni eterne del “quia sumus” facendo riferimento all’indifeso e povero Celeste Bambino della culla di Betlemme. La tradizione calabrese natalizia ama il presepio e presepi se ne costruiscono un po’ dappertutto: nelle case e nelle chiese, negli uffici e nei luoghi di lavoro, nei rioni e nelle associazioni, nelle piazze e nei luoghi destinati all’accoglienza e alla solidarietà. E chi costruisce il presepio forse non sapendolo fa – al dire del compianto Servo di Dio Papa Paolo VI – un’opera di apostolato. Ci sono artisti che iniziano a cimentarsi parecchi mesi prima in questa lodevole impresa; ci sono altri che iniziano puntualmente ogni anno l’8 dicembre, solennità dell’Immacolata Concezione; ci sono infine altri ai quali basta una mezza giornata per mettere su una rappresentazione plastica che sa di fede, di devozione e di semplicità. In ogni caso la composizione è centrata sulla Natività, sul mistero di un Dio che diviene uomo e facendosi bambino per noi inizia quell’itinerarium salutis che lo porterà al Golgota e alla Resurrezione. Non tutti sanno però che un pastorello tipico della tradizione natalizia di Calabria successivamente esportato nelle altre regioni d’Italia e nel mondo è u’ llampatu d’a stiddha – “l’estasiato della stella” che nell’arte presepistica appartiene al gruppo dell’annuncio dei pastori: esso precisamente è quella statuina che volge il viso all’insù sia per contemplare il presagio della stella cometa sia per avere dall’astro il convincimento tutto interiore dell’eccezionalità dell’evento di Betlemme. Tale evento ha una conferma sia nella Sacra Scrittura che nella parola dei Padri. La stella del mattino è “Solis nuntius” laddove il Sole è Cristo che porta la salvezza. La venuta di Cristo sulla terra è annunciata da una stella(Mt 2,2). Già nel Vecchio Testamento le stelle erano considerate preannuncio della gloria celeste “ornamento splendente nelle altezze del Signore”(Sir 43,9). Nel cielo notturno le stelle testimoniano la maestà del Creatore: “Egli conta il numero delle stelle e chiama ciascuna per nome”(Sal 147,4). Sant’Ambrogio ben a ragione definisce Cristo “stella del mattino”: infatti “come questa al suo sorgere mattutino dà splendore al mondo così anche Cristo quando a Natale è venuto sulla terra, ne ha pienamente illuminato il volto”. Chi in atteggiamento estatico guarda la stella vuole carpire dentro di sé le ragioni dell’essere e dell’esistere: per questo la cometa di Betlemme lo guida alla grotta, lo conduce al Celeste Bambino, al Dio fatto uomo, il solo che può appagare ogni nostro desiderio e condurci alla vera felicità. Singolare a questo riguardo il fatto che nell’iconografia presepistica u’ llampatu d’a stiddha non veste sempre gli stessi panni, non ha mai la stessa età: adulto o bambino, albergatore, cammelliere o altro egli però è raffigurato in atteggiamento estatico: con la mano sulla fronte e lo sguardo tirato all’insù quasi un vero inno alla contemplazione e al distacco dalle cose terrene. Nella sua assorta figura è possibile captare qualche segreto in più per avvicinarsi con animo puro al Celeste Bambino: i valori della schiettezza e della sincerità emergono in tutta la loro trasparente bellezza e sembrano additare l’estasi della contemplazione del Divino Infante. Fermarsi per contemplare la stella, fermarsi per adorare Gesù Bambino, fermarsi un attimo dal tran tran quotidiano per interrogarci chi siamo: ecco il Natale cristiano, ecco il significato recondito del fare un presepio. Questa statuina della tradizione popolare di Calabria non riveste solo un fatto iconografico e di costume: rappresenta l’ansia di un popolo che vuole riappropriarsi di ciò che gli appartiene: fede e cultura, solidarietà e condivisione, ricordo del passato e volontà di costruire insieme l’avvenire. Il Natale del Signore a queste condizioni non sarà un’annuale ricorrenza ma rappresenterà per ogni uomo di buona volontà un’autentica rivoluzione del cuore perché la contemplazione del Celeste Bambino sarà veicolata dallo sguardo estatico di chi mira alto la Verità.

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