LA PROTEZIONE MARIANA DAGLI EVENTI SISMICI DEL 1894 E 1908

“A flagello terraemotus libera nos Domine!”: con quest’invocazione al Trascendente gli abitanti dello Stretto rivolgevano la loro incessante preghiera d’impetrazione perché anche la Santissima Vergine, “Onnipotente per Grazia”, volgesse i suoi occhi di misericordia sugli itinerari della vita e del progresso umano. Sì, Maria poteva e doveva contare nei percorsi delle persone a cavallo tra l’800 e il ‘900 come può e deve contare ai giorni nostri. Ecco perché il popolo di Palmi all’unisono porta stasera in trionfo la “sua” cara Madonna del Carmine non solo per ricordare la protezione da un infausto evento quanto più per rimembrare a se stesso il valore della vita e della presenza della Grazia nella vita degli uomini. Nel novembre 1894 la Santa Vergine dette ai palmesi ripetuti segni di predilezione e di monito fin quando a sera essi decisero per un moto dell’animo a portarla fuori in processione, per le vie attonite dalla paura del sisma e proprio fuori, arrivando all’Arangiara (oggi Monumento a Cilea) un grande boato concluse la vicenda del sisma che si accanì per oltre quindici giorni. Palmi era salva: si portarono in piazza Primo Maggio tutte le statue dei Santi che erano nelle chiese, ci si confessò, ci si accostò all’Eucaristia; come in un novello Tabor i Palmesi gustarono momenti di sogno e di paradiso in pace con se stessi e con Dio. Ma se Palmi dopo il terremoto sembrava santificata il merito maggiore era della Beata Vergine del Monte Carmelo che aveva acceso e rinvigorito la fede dei suoi abitanti. Il trasudare del tempio, lo scolorirsi del volto della statua, il chiudersi e lo schiudersi delle pupille, le quarantasette testimonianze giurate, le visite al Tempio dei monss. Marino, Gallucci e Calogero, ma soprattutto le ragioni della speranza di tutto un popolo in preghiera valsero il “miracolo” della Madonna che viene ricordato con immutata fede anche ai nostri giorni perché il popolo non dimentichi ma tramandi alle nuove generazioni. Anche il sisma del 1908, di cui tra qualche settimana ricorderemo il centenario, ha tra le pieghe del non évènementiel dei risvolti religiosi per i quali è possibile attribuire alla Madre di Tutte le Grazie un intervento di lungimirante protezione dalla sventura che durò poco più di trenta secondi ma che ridusse Reggio e Messina alle 5,20 del 28 dicembre 1908 in un cumulo di macerie con oltre centomila morti, case, chiese e palazzi abbattuti. Padre Annibale Maria Di Francia era a Roma e raggiunse Messina via mare, il suo cuore era straziato quando arrivò, eppure benedisse e si mise all’opera nel quartiere Avignone dove l’attendevano i suoi orfanelli, molti dei quali furono smistati per le altre sue Case di Puglia. Anche qui si assistette ad un altro “miracolo” quello della solidarietà e dell’amicizia veicolato dal periodico Dio e il prossimo. “Eravamo distrutti, la mano di Dio è passata su di noi: dopo qualche anno dal sisma le nostre Case si sono… quadruplicate!”. L’anno successivo venne a Messina Don Luigi Orione che strinse amicizia con Padre Annibale, al quale regalò una chiesa baraccata per il rione Avignone, chiesa che fu intitolata al pensiero evangelico del “Rogate Dominum messis” e non poteva essere scelta più felice se in quel Tempio si formarono tantissimi sacerdoti e se – guarda caso!- Don Orione e Padre Annibale sono “saliti” sugli onori degli altari insieme tanti decenni più tardi, il 16 maggio 2004. Mani più sante non si potevano congiungere in orante atteggiamento per ottenere dalla Madre di Dio solenne protezione nell’avversità del terremoto che pur nelle sue catastrofiche dimensioni seppe generare frutti nascosti di operosità e di preghiera. Padre Carmelo O.Carm. nuovo priore dei Carmelitani del Santuario di Palmi dice che Maria “ come vera madre è la prima che soccorre i suoi figli, i quali come bambini vanno in cerca della madre per trovare aiuto e protezione”. Quanti sono stati colpiti dal sisma un secolo fa proprio questo hanno sperimentato dalla protezione della Madonna e dai suoi segni premonitori. Impauriti come bambini ci rifugiamo sicuri sotto il suo manto perché vogliamo ancora sperimentare la Grazia e la bellezza di una simile protezione. Del resto la sapienza popolare dei nostri avi scioglieva alla Beata Vergine Maria non solo un canto di ringraziamento e di lode per lo scampato pericolo quanto ancora un signum di riconoscenza per la sua materna e diuturna protezione: “Supra n’artaru c’è na gran Signura/ Madonna di lu Carminu si chiama/a ccu nci cerca grazii nci li duna/a ccu avi lu cori affrittu nci lu sana/E jeu Madonna mia ti ndi cercu una:/ l’anima netta e lu cori chi t’ama!”

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