Burri e fontana

ACCADEMIA DI BELLE ARTI

CATTEDRA DI STORIA DELL’ARTE

Ch.ma Prof.ssa MADDALENA VECCHI

REGGIO CALABRIA

Stud. Marino Piervalentino

Corso di Scenografia – Anno 3°

Anno Accademico 2006-07

Lucio Fontana e Alberto Burri sono due nomi che spiccano nella storia dell’arte contemporanea per avere rivalutato pur nel calibro del loro estro comunicativo ed eclettico lo spazio e la materia sino a farle assurgere a motivo di vita e di perenne rigenerazione alle fonti dell’essere.

E’ congeniale a questo scopo soffermarsi un po’ sulla loro vita per trarre da questo elemento ogni considerazione utile a spiegare le suggestioni e il valore della loro arte. Possiamo ora premettere che sia per Fontana che per Burri la loro vita manifestò un susseguirsi convinto di adesioni formali ora a questo ora a quel movimento (espressionismo, surrealismo, astrattismo, spazialità metafisica, etc.) tanto da portare l’artista ad una rielaborazione creativa e spontanea di antichi motivi e suggestioni.

Lucio Fontana nacque a Rosario di Santa Fè in Argentina nel 1899 e morì a Milano nel 1968. Fu avviato alla scultura dal padre Luigi che, originario di Varese ma trapiantato in Argentina, aveva qui uno studio che servì al ragazzo per apprendere la maestria dell’arte. Successivamente studiò in Italia all’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano presso il noto maestro simbolista Adolfo Wildt; non furono estranee al maestro le tendenze dei simbolisti ricercati Maillol e Archipenko: è il periodo questo dell’Auriga e del Torso di San Sebastiano.

Proprio per l’evoluzione di queste influenze il Maestro si persuade ora a usare materie diverse per le sue opere: marmo, ferro, terracotta, pietre colorate,etc. allo scopo di fare parlare in senso astratto lo spazio. A Milano e a Parigi altri artisti (Persico, Reggiani, Ghiringhelli, Arturo Martini, Medardo Rosso e Mario Sironi) completano l’influenza astrattista: sono di questo periodo le opere Testa di Donna, Pescatore, La mujer del marinero.

Ma è Fontana stesso ad ammettere di essere influenzato da tre grandi maestri Van Gogh per il “colore-luce”, Boccioni per il dinamismo plastico e Kandinskij per l’astrattismo concreto. Tali influenze genereranno poco a poco lo “Spazialismo” corrente artistica che Egli fonda a Milano nel 1947 con Giorgio Kaisserlian, Beniamino Joppolo, Milena Milani e Antonio Tullier. Anche la tecnologia rientrerà tout cour nello spazio e nell’opera che contiene la stessa spazialità.

Per questi motivi a Lucio Fontana va riconosciuto il merito di avere anticipato molti movimenti moderni tra cui la Pop Art e le più recenti correnti che cercano di unificare la pittura con la scultura. Fontana è famoso per i “tagli” o “attese”(1958), fatti su tele di un solo colore diventano progressivamente una tendenza tipica della pittura degli anni ’60. Con i “tagli” Fontana stravolge il senso di una superficie dipinta proponendo un collegamento, fors’anche doloroso, tra lo spazio interno e quello esterno. Questo modo di vedere trovò il suggello del pubblico e della critica alla Biennale di Venezia del 1966 con l’allestimento alla Sala Bianca allorquando questo modo di vedere e di pensare volto alla suggestione emotiva di una spazialità metafisica fu molto apprezzato.

Lo spazialismo realista di Lucio Fontana denota dialettiche concomitanze e dinamiche corrispondenze nell’opera di Alberto Burri (Città di Castello 1915- Nizza 1995). Laureato in medicina fu medico di guerra in Tunisia e, successivamente, prigioniero di guerra a Hereford nel Texas, dove cominciò a dipingere. Ritornato in Italia approfondì gli interessi artistici aderendo prima all’espressionismo e poi all’astrattismo.

Le sue prime creazioni manipolano la materia creando immagini e cose di raffinata eleganza ottenute con mezzi poveri. Per esempio: variando la consistenza del colore crea i “neri”; nelle “muffe” additivi presenti nel pigmento producevano fioriture di colori simili ad una cultura batterica; si servì di tele e telai tradizionali per creare i “gobbi” tridimensionali; i “sacchi” altro non erano che tele ruvide rappezzate e rammendate, montate su telaio, che spesso portavano stampigliate scritte che denotavano la provenienza originaria.

Queste composizioni per quanto avessero un precedente nelle c.d. “pitture Merz” sono più originali e creative per la visione più realistica della vita umana e il rigore della struttura compositiva.

Il Tifernate creava la qualità dando alla materia che usava (plastica, juta, legni bruciati, etc.) la gradazione luminosa dei colori capace di creare strutture spaziali. Insieme a Caporossi e altri formò il gruppo artistico Origine: espose alla Quadriennale di Roma, alla Biennale di Venezia più volte, all’Okland Museum di New York, al Palais des Beaux Arts de Bruxelles, al Franklin Murphy di Los Angeles, a Palazzo Albizzini a Città di Castello dove nel 1981 gli viene dedicata una “fondazione” poi trasferita negli Ex seccatoi del Tabacco.

Alberto BURRI è famoso per i “cretti” originale manipolazione della materia eseguiti tra il 1973-1976 e consistenti in superfici quadrate o rettangolari spesse di colore bianco o nero su cui si dipana un fitto intreccio di crepe e screpolature, proprio come si presentano i terreni argillosi crepati dopo lunghi periodi di siccità. L’Artista ottiene quest’effetto inizialmente con un impasto di bianco di zinco e colle viniliche aggiungendo poi terre nel caso di quelli colorati. Applica il tutto su un supporto di cellotex cui segue l’asciugatura/essiccamento.

I “cretti” sono importanti nell’evoluzione artistica del Burri e nel panorama della nostra storia dell’arte: essi evocano l’idea del trascorrere del tempo messa in evidenza dalla crepatura dei materiali, indicano attraverso la tramatura artificiale della materia l’efficacia espressiva e decorativa dell’opera, additano un nuovo livello di severità e di compostezza nella composizione richiamando – riguardo ordine e compostezza- quei canoni noti alla pittura rinascimentale.

Proprio per tale severità di linee e compostezza vogliamo qui ricordare due cose:

  • l’idea che sta alla base dei cretti è stata ripresa agli inizi degli anni ’80 da Burri per realizzare il GRANDE CRETTO DI GIBELLINA, uno dei più grandi e austeri monumenti alla sofferenza dell’uomo mai concepiti che si trova in Sicilia nella Città del terremoto del 1968

  • l’idea del cretto è presente nella dolciaria artigianale: il Cioccolatificio “La Molina” dei F.lli Lunardi di Quarrata(Pistoia) produce i “cretti”, singolari cioccolatini assai gustosi che si rifanno per i sapori mediterranei, al latte e fondente, alla singolare creazione artistica di Alberto Burri.

L’opera di Lucio Fontana e quella di Alberto Burri, soprattutto per quanto riguarda i “tagli” dell’uno e i “cretti” dell’altro, nel rivalutare la creazione artistica della rispettiva produzione, indicano l’ansia di voler rigenerare lo spazio e la spazialità proprio attraverso la manipolazione dei materiali: per questo motivo essi sono e rappresentano assai lodevolmente una pietra miliare di notevole importanza sia nella rielaborazione e nell’affinamento del gusto sia ancor più nella palese ricerca di nuove forme di produzione e di arte.

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